Ode – Il cinque maggio

Ei fu. Siccome immobile…

Manzoni cinque maggio

Alessandro Manzoni – Ode Il cinque maggio
La morte di Napoleone: un’ode per meditare sul destino dell’uomo

Alessandro Manzoni (7 marzo 1785- 22 maggio 1873) scrive questa ode in pochi giorni, dopo aver ricevuto notizia grazie alla pubblicazione sulla Gazzetta di Milano del 17 luglio 1821, della morte di Napoleone, avvenuta proprio il 5 maggio precedente. Censurata dal governo austriaco l’ode fu pubblicata solo in Francia e in Germania, dove venne tradotta in tedesco da Wolfang Goethe nel 1822). In Italia fu pubblicata nel 1823, senza l’autorizzazione dell’autore, da un editore torinese.

Lo scrittore certamente non scrive questa opera per glorificare Napoleone, ma piuttosto per porre come oggetto di meditazione il destino dell’uomo. Manzoni vuole focalizzare l’attenzione sul raccordo tra i disegni che gli uomini perseguono, per le vie della politica e dell’azione, e i disegni di Dio.
A rendere urgente questa indagine concorrevano cause esterne due momenti di crisi:

  • 1814-15: fine del regime napoleonico
  • 1820-21: la prima ondata rivoluzionaria

Manzoni sceglie una posizione politica schierandosi a favore di quei gruppi patriottici  che aspiravano  all’indipendenza, preferibilmente senza insurrezioni popolari.
Con riferimento proprio ai momenti di crisi sopra citati, lo scrittore:

  • nel 1814 si schiera con Federico Confalonieri che tenta di trattare con i vincitori di Napoleone per evitare che la Lombardia ritorni sotto il dominio austriaco,
  • nel 1821 è sempre dalla parte del Confalonieri e dei “federati” che avevano chiesto l’intervento dei piemontesi in Lombardia.

Fatta questa doverosa premessa per capire il contesto storico-politico, analizziamo l’ode.

Analisi dell’ode Il cinque maggio

Possiamo dividere l’ode in tre parti:

  • 1a parte – preambolo
    La morte di Napoleone e l’atteggiamento del poeta di fronte all’evento (strofe 1-4, i.e. vv. 1-30)
    In questa prima parte emergono subito due opposizioni fondamentali:
    – l’immobilità e la rapidità contro l’alternarsi delle vicende terrene di Napoleone: la salma è “immobile” e si oppone alla “vece assidua” delle sue azioni, alla rapida successione della caduta, rivincita e infine sconfitta “cadde, risorse e giacque“,
    – la grandezza e la gloria contro la negatività dell’azione: “tanto spiro“, “folgorante“, “tanto raggio“, ma anche “cruenta polvere“. Napoleone nella sua vita ha seminato con le sue guerre distruzione, sofferenza e morte.
  • 2a parte – rievocazione della vicenda di Napoleone, divisa in due parti:
    – le imprese vittoriose del condottiero francese (strofe 5-9, i.e. vv. 31-54)
    – la sconfitta, l’esilio e la disperazione dell’eroe (strofe 10-14, i.e. vv. 55-84)Questa è la parte centrale della ode in cui Manzoni rievoca la vicenda dell’eroe e utilizza ancora il sistema delle opposizioni:
    – dal punto di vista spaziale / l’ambito geografico molto vasto in cui il genio militare di Napoleone scende in campo “Dall’Alpi alle Piramidi, / dal Manzanarre al Reno” (vv. 25-26) verso la “breve sponda” (v. 56) ovvero l’isola di Sant’Elena dove trascorre il suo esilio,
    – dal punto di vista temporale / il passato glorioso (vv. 31-54 ovvero strofe 5-9) verso il presente (vv. 55-78) con il “tristo esiglio” (v.46)L’opposizione tra passato e presente ripropone al suo interno, sviluppandola al massimo, l’opposizione tra dinamismo ed immobilità:
    dinamismo
    – le imprese di Napoleone con la rapidità degli spostamenti / “fulmine“, “baleno“, “scoppiò” (vv. 26-29)
    – la dinamicità delle azioni e la rapidità delle trasformazioni /il “gran disegno” (v. 38), il servire “pensando al regno” (v. 40), il raggiungere la meta che era “follia sperar” (v. 42), “la gloria / maggior dopo il periglio / la fuga e la vittoria / la reggia e il tristo esiglio” (vv. 43-46), la “polvere” e l'”altar” (v. 48),
    immobilità
    quando Napoleone si trova in esilio sull’isola di Sant’Elena, la “breve sponda” (v.56) / “ozio” (v.55), “cadde la stanca man” (v. 72), “tacito / morir di un giorno inerte” (v. 73-74).
  • 3a parte – conclusione
    Il soccorso della fede, il trionfo dell’eterno sulla gloria terrena (strofe 15-18, i.e. vv. 85-108)
    Le opposizioni tra presente e passato, tra dinamicità ed immobilità, tra vastità spaziale e l’esilio che hanno dominato tutta la prima parte dell’ode, vengono nella conclusione superate grazie ad una nuova dimensione spaziale e temporale: l’eternità / più spirabil aere” (v. 89), “campi eterni” (v. 93), così come viene ripresa l’opposizione iniziale tra gloria e negatività dell’azione.
    Nell’ode la gloria era raffigurata dalle metafore della luce e del rumore / “folgorante” (v. 13), “raggio” (v.22), “fulmine” (v.27), “rai fulminei” (v. 75), “lampo dei manipoli” (v.81), “di mille voci al sonito” (v.17), “concitato imperio” (v.83) / adesso con la morte la gloria si annulla nel “silenzio” e nelle “tenebre” (v.95): il “premio / ch’era follia sperar” (vv.41-42) diviene superato ad un premio che supera i desideri umani il “premio / che i desideri avanza” (vv. 93-95) ossia il premio eterno.L’ultima strofa riprendere l’opposizione dinamismo/immobilità, “Dio che atterra e suscita… accanto a lui si posò” (vv. 105-108), ma l’immobilità adesso non rappresenta più la sconfitta e l’angoscia, bensì diventa la conquista della pace e del perdono divino.

Il tema dell’ode è una meditazione sul destino dell’uomo e sul potere  visto in due diverse prospettive:

  • politico-storica / la vicenda di Napoleone appare sorprendente per la vertiginosa grandezza dell’ascesa e la sua repentina caduta.
    Questo motivo viene sviluppato nella prima parte (v. 1 – 54) del componimento e si articola in un quadro di opposizioni tra chi esercita il potere e chi lo subisce, subendone anche il fascino:
    – v. 6  “la terra
    – v. 11  “la sua cruenta polvere” calpestata
    – v. 14  “il mio genio
    – v. 17  “mille voci
    – vv. 31-32  “Ai posteri / l’ardua sentenza”
    v. 49 “due secoli”
    Sul significato storico dell’opera di Napoleone il poeta non esprime un giudizio, si veda al v. 31 l’interrogativo che si pone “fu vera gloria?“, rinunciando così a quella condanna del potere iniquo che poneva al centro delle tragedie.
  • storico-teologica / la vicenda di Napoleone come “esempio”
    La storia di Napoleone consente un confronto tra la gloria temporale e la gloria eterna, tra l’altezza superba dell’uomo e il suo abbassarsi di fronte a Dio, tra il sogno di potere e il bisogno di fede che avverte nel momento della sconfitta.

La vita di Napoleone fu intensa e tumultuosa, soggetta a rapide trasformazioni e a sua volta causa di grandi e rapidi sconvolgimenti. Fu positiva? “Fu vera gloria?
La prospettiva di Manzoni è pessimistica in tal senso, infatti secondo lui l’agire nella storia alla ricerca della grandezza significa provocare distruzioni, sofferenza e morte, corrisponde a raccogliere odi ed oltraggi, per poi arrivare all’inazione, tormentandosi tra il passato glorioso e il presente oscuro e solitario fino alla morte.
Secondo lo scrittore l’azione degli eroi nella storia è svalutata nella prospettiva dell’eterno: la morte pone davanti all’uomo il vero significato dell’esistenza.

Il cinque maggio recitato da Vittorio Gassman

Immagine copertina: Ritratto fotografico, 1873 – Raccolte Grafiche e Fotografiche del Castello Sforzesco. Civico Archivio Fotografico, fondo Collezione Lamberto Vitali, L.V. 1230
Fonte: Senato della Repubblica Italiana, per gli aspetti legati alla nomina a Senatore e i titoli ed onorificenze

 

Il cinque maggio

Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta,

Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.

Lui folgorante in solio
Vide il mio genio e tacque;
Quando, con vece assidua,
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:

Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio:
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.

Dall’Alpi alle Piramidi,
Dal Manzanarre al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall’uno all’altro mar.

Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza: nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar.

La procellosa e trepida
Gioia d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve, pensando al regno;
E il giunge, e tiene un premio
Ch’era follia sperar;

Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio,
La fuga e la vittoria,
La reggia e il tristo esiglio:
Due volte nella polvere,
Due volte sull’altar.

Ei si nomò: due secoli,
L’un contro l’altro armato,
Sommessi a lui si volsero,
Come aspettando il fato;
Ei fe’ silenzio, ed arbitro
S’assise in mezzo a lor.

E sparve, e i dì nell’ozio
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor.

Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa,
L’onda su cui del misero,
Alta pur dianzi e tesa,
Scorrea la vista a scernere
Prode remote invan;

Tal su quell’alma il cumulo
Delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
Narrar se stesso imprese,
E sull’eterne pagine
Cadde la stanca man!

Oh quante volte, al tacito
Morir d’un giorno inerte,
Chinati i rai fulminei,
Le braccia al sen conserte,
Stette, e dei dì che furono
L’assalse il sovvenir!

E ripensò le mobili
Tende, e i percossi valli,
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio
Cadde lo spirto anelo,
E disperò: ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
Pietosa il trasportò;

E l’avviò, pei floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desidéri avanza,
Dov’è silenzio e tenebre
La gloria che passò.

Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
Chè più superba altezza
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.

Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
Il Dio che atterra e suscita,
Che affanna e che consola,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò.

shadow